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Ultime novita'
Diario da Kimbau (Repubblica Democratica del Congo)"Allora la centrale funziona"
L'acqua arriva nel nostro ospedale di Kimbau grazie alla centrale ideroelettrica realizzata dall'Aifo. Ma è una continua lotta per farla funzionare a dovere. Questa non è solo una descrizione tecnica inviata a Mario Caniatti (un tecnico volontario): è la storia di un sogno che vive grazie alla volontà di non soccombere di fronte alla difficoltà.17 marzo 2008 - Chiara Castellani
Ecco le persone che sosteniamoTsimba Nzala
Grazie alle borse di studio di Rita Levi Montalcini questa ragazza sta studiando a Kenge e potrà diventare infermiera a Kimbau, nella Repubblica Democratica del Congo27 febbraio 2008 - Chiara Castellani
Una scelta di vitaDal Nicaragua al Congo cercando la giustizia di Dio
Sono ostinata. Voglio credere a tutti i costi che possa esistere una giustizia divina già su questa terra. Voglio credere che esiste un Dio capace di rovesciare dai loro troni i potenti della terra. Quei potenti che nelle loro intransigenti certezze hanno totalmente dimenticato che il regno di Dio appartiene non al potere terreno ma alla povera gente.Chiara Castellani
Il lungo tragitto verso la riconciliazione e la democraziaLottiamo insieme agli oppressi per la costruzione della pace in Congo
Occorre per tutti noi impegnati nella difesa dei diritti degli ultimi, saper perseverare, con una speranza coraggiosa e ferma, senza cedere ai ricatti dei piccoli potenti prepotenti che già hanno ricevuto la loro ricompensa grazie al soprusoChiara Castellani
Lettera di Natale a uno studenteDroga, Nokia o solidarietà?
Ha sedici anni e aveva ascoltato una conferenza della dottoressa Chiara Castellani. "Mi scriva una lettera da mettere sotto l'albero di Natale per i miei genitori".23 dicembre 2007 - Alessandro Marescotti
La forza di una donna contro il destino di una nazione
Mahata Tsanga, muyaka di 39 anni, è un'energica, vivace e intelligente madre di 5 figli (uno purtroppo lo ha perso), di cui il più piccolo prende ancora il seno materno e, grazie all'allattamento materno esclusivo fino ai sei mesi (e combinato fino ad oltre due anni), è l'unico a non essere malnutrito.
Maman Mahata l'avevo conosciuta proprio perché mi portava troppo spesso i suoi bambini in consultazione, e tutti avevano i capelli sottili e fragili come i miei, scoloriti, quasi rossicci. «È il loro colore naturale - mi diceva -, tutti i miei figli li hanno così», e io allora stentavo a farle capire che per un africano avere capelli scoloriti, lisci, fragili è un segno di malnutrizione, e che del resto c'era la curva di crescita piatta e talora in discesa a dimostrarlo.
In realtà Maman Mahata sa bene che i suoi figli non sono biondastri, ma la verità è che stenta a trovare i soldi per nutrirli adeguatamente: la conosco meglio nel 1999, quando mi familiarizzo con lei chiedendole di aiutarmi a tener pulito il mio studio di consultazione. Allora apprendo che ha cominciato a fare le pulizie nell'ospedale di Kimbau da quando suo padre Mahata Makila Mabé (nome curioso che significa «sangue cattivo»), che quando era sobrio lavorava come sentinella all'ospedale, è morto in servizio di tubercolosi polmonare: è morto non perché si fosse contagiato sul posto di lavoro, ma perché fumava e (soprattutto) beveva come una spugna.
Lei era ancora una ragazzina piena di sogni e di speranze quando, rimasta orfana maggiore di dieci figli, ha dovuto interrompere la scuola secondaria per mantenere la famiglia. Ha dovuto lasciare gli studi suo malgrado quando era già in quarto anno all'Istituto tecnico di Agronomia, ha dovuto rinunciare alla sua passione per le materie scientifiche e ha dovuto prendere il posto di lavoro di suo padre, guadagnando il salario dello Stato, lavorando dapprima come lavandaia e poi come cuoca in ospedale. Adesso lo Stato ha tagliato la paga a tutti coloro che hanno sostituito lavoratori deceduti, anche se morti in servizio e per causa di servizio. E Maman Mahata si è ritrovata disoccupata con 5 figli piccoli e il marito a carico: sì, anche suo marito!
Negli ultimi due anni suo marito, l'ex professor Mulandu, è quasi sempre ubriaco. So che anche lui è un intellettuale, e che era stato in passato un insegnante di scuola secondaria, malpagato come tutti gli insegnanti ma almeno non dipendente economicamente da sua moglie. Però un brutto giorno il preside dell'Istituto Agrario lo ha sorpreso incapace di intendere e di volere sdraiato per terra in mezzo alla strada sterrata che sale per cinque chilometri dalla scuola della missione, dove lui insegnava, fino all'ospedale accanto al quale abita con la moglie. Il preside gli avrebbe volentieri evitato quella vergogna e forse anche il licenziamento, ma purtroppo insieme con il preside c'erano anche gli allievi dell'Istituto, che si sono presi gioco del Professore Ubriaco, senza avere neanche la pietà di portargli soccorso e di toglierlo dalla strada.
Dopo che il professor Mulandu era rimasto sdraiato per terra dalle 3 del pomeriggio alle 9 di sera sua moglie Mahata, finalmente avvisata, è scesa fino alla missione a piedi per trasportarlo a casa a spalle, per cinque chilometri. Il giorno dopo la scuola lo ha licenziato. Allora Mahata mi ha chiesto se poteva aiutarmi il pomeriggio a mettere i guanti e a prelevare la pressione e la frequenza cardiaca durante la consultazione nel mio studio. Si è dimostrata subito bravissima. E nel 2003 si è iscritta ai corsi dell'Itm per infermiere. Al mattino studia e il pomeriggio lavora. Con me nel mio studio, assistendomi nella consultazione. Dicono che è debole nella teoria, ma con me è bravissima nella pratica professionale. Comunque è già stata promossa in seconda e forse anche quest'anno ce la farà. Mancano la terza e la quarta. Coraggio, Maman Mahata, non mollare!

